Della mia vita, ne ho la certezza, potrò fare molte cose.
Certo forse non quelle che sogno, certo forse non sarà la vita che sognavo e dove sognavo, ma la mia sarà una vita.
Sono fisicamente sana, sono occidentale, ho una famiglia, posso studiare.
Ho tutto.
Dei campi profughi della Bosnia, qualche anno fa, mi è stato detto "sono sale d'attesa."
Sale d'attesa in piedi da 15 anni e più, dove le esistenze di molte persone sopravvissute all'orrore continuano a sgocciolare lente, statiche, sempre uguali.Non c'è intimità, è una comunità imposta, mal sopportata, un'appartenenza forzata ad uno status che è una maledizione. Profughi a vita.
Prova a guardarli negli occhi, dimmi cosa vedi.
Della vita al C.a.r.a. di Gradisca, dove risiedono i "richiedenti asilo", quelli che hanno diritto ad un trattamento un pò più dignitoso dei detenuti del vicino CIE, mi è stato detto ieri che è noiosa.
Ci sono persone scappate dall'Iraq, dall'Afghanistan. Persone torturate. Che hanno conosciuto la paura reale, non quella dei film della domenica nei multisala.
Persone, sono sempre persone. Come me e te.
Persone che non vedono i propri figli da 3 anni e bambini che non crescono con la propria mamma.Persone che sorridono, ballano, ti raccontano la loro storia.
Persone che vivono in attesa.
"dovevo già essere spostato a Udine, ma il giudice deve decidere e io non so...non so."
Non sai. Non sai in attesa di che cosa, non sai quanto, non sai come.
La vita nel frattempo corre, i giorni le settimane i mesi, il tempo passa, quel tempo scandito per noi da grossi titoli sui giornali e chiacchiere al bar, da coloro che hanno lasciato il proprio paese solo da burocrazia e ricordi, e pensieri, e chissà che altro.
Una condizione che non possiamo immaginare, noi nelle nostre tiepide case.
E "quelli" di Lampedusa allora?
Altri numeri, altre catastrofi previste, altri drammi.
E le loro vite? Sono solo numeri?
Eppure i CIE non li chiamate lager. E non se ne capisce il motivo: Identificazione/Espulsione. Si parla di numeri, non di persone. Non possiamo chiamarli lager?
Leggo commenti di un'umanità incancrenita, sulle pagine online dei principali quotidiani: "finestre aperte sulla strada e occhi chiusi sulla gente" che non immaginano, non voglion farlo non riescono.
Inettitudine profonda e meditare su ciò che è ora, vocazione profonda a commemorare eventi lontanissimi e non pericolosi: ben vengano i minuti di silenzio per i terremotati, voi che invece siete piagati da decenni nessuno vuole ricordarvi. Nessuno vuole sapere che esistete.
Nessuno vuole raccontare le vostre storie: le nostre tiepide case ne resterebbero gelate, freddate, sconvolte.
Una terrazza in città
7 ore fa

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