21 marzo 2011

Le nostre tiepide case

Della mia vita, ne ho la certezza, potrò fare molte cose.
Certo forse non quelle che sogno, certo forse non sarà la vita che sognavo e dove sognavo, ma la mia sarà una vita.
Sono fisicamente sana, sono occidentale, ho una famiglia, posso studiare.
Ho tutto.

Dei campi profughi della Bosnia, qualche anno fa, mi è stato detto "sono sale d'attesa."
Sale d'attesa in piedi da 15 anni e più, dove le esistenze di molte persone sopravvissute all'orrore continuano a sgocciolare lente, statiche, sempre uguali.Non c'è intimità, è una comunità imposta, mal sopportata, un'appartenenza forzata ad uno status che è una maledizione. Profughi a vita.
Prova a guardarli negli occhi, dimmi cosa vedi.

Della vita al C.a.r.a. di Gradisca, dove risiedono i "richiedenti asilo", quelli che hanno diritto ad un trattamento un pò più dignitoso dei detenuti del vicino CIE, mi è stato detto ieri che è noiosa.
Ci sono persone scappate dall'Iraq, dall'Afghanistan. Persone torturate. Che hanno conosciuto la paura reale, non quella dei film della domenica nei multisala.
Persone, sono sempre persone. Come me e te.
Persone che non vedono i propri figli da 3 anni e bambini che non crescono con la propria mamma.Persone che sorridono, ballano, ti raccontano la loro storia.
Persone che vivono in attesa.
"dovevo già essere spostato a Udine, ma il giudice deve decidere e io non so...non so."

Non sai. Non sai in attesa di che cosa, non sai quanto, non sai come.

La vita nel frattempo corre, i giorni le settimane i mesi, il tempo passa, quel tempo scandito per noi da grossi titoli sui giornali e chiacchiere al bar, da coloro che hanno lasciato il proprio paese solo da burocrazia e ricordi, e pensieri, e chissà che altro.
Una condizione che non possiamo immaginare, noi nelle nostre tiepide case.

E "quelli" di Lampedusa allora?
Altri numeri, altre catastrofi previste, altri drammi.
E le loro vite? Sono solo numeri?

Eppure i CIE non li chiamate lager. E non se ne capisce il motivo: Identificazione/Espulsione. Si parla di numeri, non di persone. Non possiamo chiamarli lager?

Leggo commenti di un'umanità incancrenita, sulle pagine online dei principali quotidiani: "finestre aperte sulla strada e occhi chiusi sulla gente" che non immaginano, non voglion farlo non riescono.
Inettitudine profonda e meditare su ciò che è ora, vocazione profonda a commemorare eventi lontanissimi e non pericolosi: ben vengano i minuti di silenzio per i terremotati, voi che invece siete piagati da decenni nessuno vuole ricordarvi. Nessuno vuole sapere che esistete.
Nessuno vuole raccontare le vostre storie: le nostre tiepide case ne resterebbero gelate, freddate, sconvolte.

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