23 febbraio 2012

Ho sempre avuto una visione elitista della scuola e dell'università, del tipo, se non sei capace tornatene a casa. Ci sono tanti mestieri, tutti degni di rispetto, che si possono fare senza un titolo di studio. Poi mi sono ritrovato a lavorare per questa gente che crede davvero nell'uguaglianza delle possibilità ed anche io ci credo. Mi sembra assurdo che qualcuno possa essere penalizzato dal luogo o dalla famiglia di nascita. La convinzione che chi non ne è in grado, intellettualmente intendo, debba mollare, persiste.
Ecco il mio dilemma: la settimana scorsa ho ricevuto due richieste di stage. In genere accettiamo gente proveniente da un certo ambito di studi, guarda caso proprio quello delle due richiedenti. Però accettiamo le domande ad inizio anno accademico, chiedendo un impegno costante fino a giugno. Se rigiuto queste due domande, per come è strutturato il sistema francese, queste due ragazze dovranno ripetere l'anno (esatto, come al liceo). Ho preso in considerazione diverse variabili:
- in genere accetto loro "simili";
- in genere qualche mese prima;
- queste tizie non sono state capaci di trovarsi uno stage in sei mesi;
- trovare uno stage in questo ambito non sempre è semplicissimo;
- tuttavia molta gente ci riesce;
- se rifiuto avrò sulla coscienza il loro anno buttato nel cesso;
- se accetto la mia imparzialità e rispetto per gli stagisti che sono qui da mesi va a farsi fottere;
- se accetto, accetto anche il fatto che in fondo, con un po' di culo, tutti possono avere "il pezzo di carta";
- se accetto sono un poveraccio incoerente;
- se rifiuto sono uno schifoso rovina-vite.

Se a qualcuno viene in mente qualche altro fattore da prendere in considerazione è il benvenuto.
Prenderò la mia decisione entro domani pomeriggio.

15 febbraio 2012

questioni di lavoro

Oggi ho ricevuto una lettera: una risposta negativa per un lavoro come responsabile di sviluppo locale in un posto non lontano dalla Manica. La mia candidatura risale ad agosto-settembre. Vorrei quasi ringraziare questi signori ché se aspettavo loro sarei morto di fame già da un pezzo. Sono tentato dal scrivergli una lettera, cercando di spiegare loro che se davvero la mia candidatura era da scartare (e non mi hanno fatto nemmeno mezzo colloquio), potevano dirmelo subito. A leggere un curriculum in diagonale ci vorranno si e no 30 secondi e ancora meno per la lettera di motivazioni (ho iniziato a leggerne un po' e davvero si assomigliano quasi tutte...).
Poi però mi son detto che nel posto da dove vengo col cazzo che m'avrebbero risposto, manco con tempi biblici. Allora me ne sto zitto, sorridendo, perché non sarà il miglior paese del mondo ma certe cose mi vanno più che bene.

26 settembre 2011

tabù

I tabù sono quelle cose che dicono molto sulle persone. A volte anche su popolazioni intere.
Quando sono arrivato qui, all'Estero, mi è stato detto che il Popolo ha due grandi tabù: il voto espresso alle elezioni ed i soldi. Mi è stato spiegato che è cattiva educazione chiedere dello stipendio di qualcuno o del proprio orientamento politico. E se c'è qualche indizio, meglio tenerselo per sé. Ovviamente è consentito criticare il Presidente pubblicamente, poiché il diritto di lamentela è universalmente accettato.
Piano piano ho scoperto che in realtà questi tabù valgono forse soltanto per la classe più agiata, l'alta borghesia, eccezion fatta per i Bobo, i Borghesi Bohémiens. Fricchettoni altolocati per intenderci. Anche se con loro resta il tabù del denaro, dato che tendono a nascondere quanto possiedono. Parlare con i ragazzi della periferia è più umano: probabilmente si interessano poco alla politica ed i soldi non sono un problema dato che non ce ne sono. Mi sono stupito ed ho avuto un moto di compassione quando qualche settimana fa una ragazza mi disse, sussurando, quasi mi confidasse un segreto, che era una militante socialista. L'ho presa un po' in giro, ma forse non ha capito il vero motivo. Pazienza.
Al Paese invece i tabù sono altri, più umani. Penso al Padre ed alla sua impossibilità a parlare di Sesso: anni fa, quando ero ancora un adolescente, ma abbastanza vecchio da aver già cominciato a raccogliere le prime ciliegie, mi chiese:
"ma tu... ti masturbi?"
io risposi stupito: "Eh?"
e lui: "niente niente, più tardi".
Io sto ancora aspettando.

L'altro grande tabù nostrano è poi quello dell'Omosessualità. Non se ne parla abbastanza e quando lo si fa è spesso per criticare il comportamento "deviante", anche se immagino tanti membri della mia famiglia assolutamente pietrificati all'incontro con uno di questi "mostri".

Un altro segno distintivo del Paese è la Raccomandazione: guai a dire che si è stati sostenuti dall'assessore X per diventare spazzino comunale!
Legato al mondo del lavoro recentemente abbiamo instaurato un nuovo tabù, più per necessità che per pudore: il Posto Fisso. Ce ne parlava 3Δ, ministro dell'economia, qualche tempo fa: "Scordatevelo", ci disse.

Quale il senso di tutto ciò? Oggi posso dire di aver infranto TUTTI questi tabù, ne sono orgoglioso e ne rivendico il diritto.

12 luglio 2011

Non ti muovere

We shall not cease from exploration,
and the end of all our exploring
will be to arrive where we started
and know the place for the first time.


(ha scritto qualcuno)
Durante i mesi portoghesi mi sono spesso chiesta il perchè dell'immobilità che percepivo.
Percepivo immobilità e percepivo il precipitarsi della situazione economica.
Due situazioni che camminavano ad un ritmo di intensità ben diverse, ma convivevano tranquillamente.

A Pisa, l'anno scorso, mi sono ritrovata una mattina di maggio a camminare per una quieta cittadina della civilissima Toscana in cui una decina di nuclei familiari hanno vissuto per giorni in mezzo alla strada, perchè sfrattati da un condominio sfitto che avevano occupato. Viveano per strada, accampati, in centro.Poteva essere giusto o sbagliato ciò che li aveva portati là, ma erano là. Sotto "finestre aperte sulla strada e gli occhi chiusi sulla gente" di questa città.

Immobilità nell'aria.

Non se ne parlava molto, come se ci fosse poco da dire.
In fondo, delegare alla struttura dello "Stato di diritto" la propria sicurezza e le collettive sicurezze di una società, significa anche questo. Non dire molto.

Quest'anno a gennaio una mia cara amica ha fatto una delle scelte più coraggiose e belle cui abbia assistito. Ha mollato il suo meraviglioso paesino toscano ed è scesa armi, bagagli e soprattutto cuore in mano, nel "profondo sud". Quel sud di cui tutti ti parlano malissimo e benissimo. Perchè la gente è buona e però non ci sono opportunità.
La mia amica vive e lavora a Palermo, per una bella associazione di cui ho già scritto su queste pagine virtuali.Ogni volta che lo racconto a qualcuno (perchè la trovo una cosa grandiosa), resta stupito. Perchè questa migrazione all'incontrario?

A Gradisca, in provincia di Gorizia, sorge tetro uno dei tanti lager di questo paese. Il CIE. Un altro eccelso prodotto dello stato di diritto.
Perchè lo Stato deve. Controllare. Gestire.
A fianco ad esso, la sala d'attesa verso il nessun luogo, il CARA, centro per i richiedenti asilo.
Da molti mesi, un gruppo di persone senza grandi ONG alle spalle collabora con i residenti di questo luogo dell'incertezza per aprire loro le porte di un mondo che la legge e la paura delle persone tengono saldamente sprangate.
Perchè dedicare tanto tempo a dei non cittadini, a dei possibili futuri clandestini?

E perchè occupare case sfitte di proprietà di un ricco pisano (proprietario di altri immobili sfitti in città)violando la legge?
E perchè protestare contro l'Europa che salva le banche e annienta anni e anni di conquiste sociali (esisteva una volta lo stato sociale?)

E perchè noi, noi di ogni giorno noi senza missione sociale e senza miseria in agguato dietro il vicolo non possiamo permetterci di accettare che tutto questo è possibile?
Perchè il pensiero resta attaccato all'ordinario, al già esistente, al vuoto che c'è dietro parole che nascondono tutt'altra realtà?
Perchè una fede mistica e religiosa in ciò che c'era già e nessuna fiducia in quel che ci può essere?

Viene il tempo, arriverà per tutti di "decolonizzare l'immaginario", dice qualcun altro.

30 giugno 2011

Recuperare un foglio in un archivio

Premetto che non accetto nessun tipo di commento ironico, dato che se questa situazione non si risolve l'estate mia e di J. va a puttane.

Sono passati 4 giorni. E svariate telefonate.
Il giorno dopo lunedì, che sarebbe martedì, dopo 40 minuti di macchina a/r a vuoto, richiamo l'ufficio immigrazione della ridente provincia XY.
Mi dicono di richiamare il pomeriggio,perchè la collega "che si occupava della cosa" non c'è.
Richiamo pomeriggio. Mi dicono di richiamare il giorno dopo,perchè la suddetta collega non c'è proprio.
Richiamo ieri. La collega al momento non c'è (km e km di estensione, l'ufficio immigrazione della ridente provincia XY) ma la gentile donna con cui parlo al telefono mi fa la cortesia di urlare ai suoi colleghi per sapere se ella (la collega) è "andata in archivio". Apro parentesi dicendo che questo archivio diventa ormai qualcosa di mitologico, dato che due giorni prima la mitologica collega che ora non esiste più mi aveva detto che avrei dovuto aspettare che lei "andasse in archivio". Ora io mi domando quanto grande possa essere l'archivio della questura di questa ridente provincia. Soprattutto mi chiedo che strategia vincente utilizzino per catalogare i documenti.
Ovviamente la collega non è andata in archivio. La donna al telefono mi informa poi che è due giorni che "le persone dell'archivio" non ci sono e quindi è molto difficile cercare i documenti.
Immagino.

Richiamo stamattina.
"Sai, siamo a corto di personale e le persone che stanno in archivio non ci sono e non si sa dove siano."Perfetto. Chiamiamo Mulder e Scully, magari ci pensano loro?
Faccio presente che ho i tempi stretti (per colpa loro e del simpatico comitato romano) e che se non si ritrova questa straminchia di foglio io rischio che tutta la procedura mi vada a puttane e no, non è bello.Chiedo se non sia il caso di rifare domanda di nulla osta, magari è più rapido.
"Non so cosa ne pensi il mio dirigente"
Posso parlare con lui? HA un numero?
"Eh, ma noi non sappiamo quando c'è. Sappiamo che c'è quando lo incontriamo per le scale".

Perfetto, wonderful.
Ora qualcuno dovrebbe darmi delle buone ragioni per non urlare.